Il prezzo dell’orizzonte: la solitudine del pioniere

C’è un momento preciso in cui si sperimenta una solitudine diversa da tutte le altre. Non è l’isolamento di chi viene abbandonato, ma il silenzio profondo che circonda chi decide, un giorno, di fare un passo fuori dal sentiero tracciato. È la solitudine del pioniere. Siamo abituati a idealizzare la figura di chi innova, di chi cambia prospettiva, di chi porta un’idea nuova nella società o nella professione. Immaginiamo i pionieri come leader fieri, con lo sguardo fisso verso il futuro. Ma la verità è che il progresso, personale, clinico o collettivo, non è quasi mai un atto corale. Inizia sempre come un monologo. E muovere quel primo passo richiede un prezzo psicologico che raramente viene raccontato.

Il vuoto delle mappe

Chi decide di seguire le regole condivise viaggia con una mappa in tasca. Sa dove fermarsi, sa cosa aspettarsi e, soprattutto, ha termini di paragone. Se qualcosa va storto, può consultare i manuali consolidati o chiedere a chi ci è già passato. Il pioniere non ha questo lusso. Quando decidi di esplorare un territorio inedito, la mappa scompare. Ogni errore si trasforma in un vicolo cieco psicologico. Ti trovi a chiederti costantemente: “Sto sbagliando tutto o sono solo in anticipo?”. Questa mancanza di specchi e di conferme è la prima forma di isolamento, quella epistemica, dove persino la realtà sembra perdere i suoi contorni certi.

La mia esperienza: quando la psicoterapia ha lasciato lo studio

Per molti anni, questa solitudine non è stata per me un concetto astratto, ma una condizione quotidiana. Quando ho iniziato ad avvertire che il setting tradizionale della psicoterapia – con le sue quattro mura protettive ma talvolta strette – non bastava a contenere la complessità e la profondità di certe sofferenze, ho sentito il bisogno di guardare oltre. Ho guardato verso la natura e verso i cavalli, compagni di viaggio nella mia vita da sempre, oltre che la mia passione come cavaliere.

Scommettere sulla Equine Facilitated Psychotherapy (EFP) quando in Italia questo approccio muoveva i primi passi ha significato abitare esattamente quel silenzio. Ricordo lo scetticismo iniziale di una parte del mondo accademico e clinico, gli sguardi perplessi di chi si chiedeva cosa c’entrasse la profondità della psiche con la terra di un pascolo e con gli animali, in più i cavalli che non vivono sempre la nostra quotidianità (ora, perché un tempo, è bene ricordarlo, non era così).

Il cavallo veniva visto per lo più come uno “strumento” di riabilitazione puramente motoria o ludica, non come un essere senziente e mediatore emotivo, che affianca un terapeuta nel suo lavoro clinico: un partner specchio in grado di sintonizzarsi con i traumi e le risorse più intime del paziente. In quegli anni, la solitudine che vivevo, significava non avere protocolli clinici rigidi scritti da altri da poter consultare la sera. Significava dover costruire, sessione dopo sessione, la validità scientifica di un’intuizione profonda, proteggendola dai dubbi esterni e interni. Questa lunga e appassionata ricerca sul campo è diventata poi la spina dorsale del mio libro, “Terapia e cura con il cavallo”, dove ho voluto dare una cornice teorica e clinica solida a ciò che per lungo tempo era stato considerato solo come “un’alternativa insolita”.

Il mio studio outdoor: Cascina Rongarina 42

Oggi quella visione ha una casa, un luogo fisico e mentale: Cascina Rongarina 42. È qui che pratico la mia attività clinica specifica, trasferendo la psicoterapia in un vero e proprio studio outdoor. Nel maneggio o in mezzo ai pascoli, il lavoro clinico si spoglia delle sovrastrutture medicalizzate per focalizzarsi sull’esplorazione delle emozioni nel momento presente, nel puro “qui e ora”. I cavalli, come preziose guide non giudicanti, agiscono da attivatori di processi di autoregolazione emotiva e corporea. In questo setting, l’interazione guidata permette di accostare e guarire ferite profonde, arrivando laddove la sola parola spesso si ferma o incontra resistenze insormontabili. Ma per far sì che Cascina Rongarina 42 diventasse questa oasi di cura consolidata, è stato necessario attraversare indenni il deserto dello scetticismo iniziale.

Il muro della resistenza e il peso del dubbio

La comunità, in generale per sua natura, tende a proteggere lo status quo perché la stabilità garantisce sicurezza. Per questo motivo, ogni cambiamento profondo attraversa quasi sempre tre fasi distinte: il ridicolo, la forte opposizione e, infine, l’ovvietà. La storia ne è piena. Il dramma del pioniere è che si trova a vivere quasi interamente nelle prime due fasi. Chi guarda dall’esterno non vede l’orizzonte che vedi tu; vede solo qualcuno che si sta allontanando dal gruppo senza un motivo apparente. Ma la resistenza più dura non è quella del mondo esterno. È quella interna. Difendere una visione non ancora validata dagli altri richiede un consumo di energia mentale enorme. È una lotta silenziosa tra la paura di aver sbagliato tutto e la certezza interiore che quella sia l’unica strada autentica da percorrere.

La solitudine come spazio creativo

Eppure, questa solitudine non è una condanna. Se impariamo a non temerla, scopriamo che è l’unico vero spazio in cui può nascere l’autenticità. La separazione dal coro è la condizione necessaria per sintonizzarsi sulla propria frequenza. Nel mio lavoro con l’approccio relazionale ed esperienziale, ho capito che proprio come un cavallo in branco riconosce la leadership non dalla forza, ma dalla coerenza e dalla calma interiore, così il pioniere deve trovare la propria centratura nel mezzo della tempesta.

 Il pioniere cammina da solo, ma è una condizione temporanea. Il suo vero compito non è colonizzare un vuoto per rimanerci in isolamento, ma arare un terreno difficile affinché altri possano trovarlo fertile. Oggi, vedere una nuova generazione di professionisti che si avvicina all’EFP con protocolli chiari, dignità scientifica e tutele riconosciute, restituisce il senso profondo di ogni singolo passo solitario mosso in passato. Ogni strada che oggi consideriamo ovvia, sicura e illuminata, un tempo è stata un buio fitto attraversato da una persona sola con una torcia in mano. Chi sperimenta la solitudine del pioniere, in fondo, sta solo facendo spazio al futuro. Cammina da solo oggi, affinché nessuno debba sentirsi solo domani nello stesso posto.